domenica 15 febbraio 2015

Bracbah - La storia della Sacerdotessa Ŧuaŧhar

Quando accesero le candele profumate alla lavanda, Ŧuaŧhar capì che quello non era più il posto per lei. In una grotta, all’ombra del monte Agoht, il rito sacrificale attendeva la sua vittima. Le donne della sua tribù, dopo averla preparata, la squadrarono da capo a piedi.
«Guarda che non è la fine, gli spiriti ti attendono» disse una di loro.
Ma Ŧuaŧhar si chiese chi le avesse fatto accettare quel ruolo così importante ma così fatale. La risposta balenò in mente prima ancora di aver finito la domanda. Da una parte c'era la sua famiglia e il suo destino, essendo figlia dello sciamano della tribù. Dall'altra, la voglia di imparare a usare la magia: ella la considerava un dono degli spiriti e non una vergogna per tutta la sua gente.
Improvvisamente lo sciamano aprì la tenda e le andò incontro, mentre un soldato faceva capolino alle sue spalle. «E’ giunto il momento» mormorò dandole una spinta in avanti.
Giunta nella sala delle profondità, si guardò intorno e le urla festose del popolo presente, calarono subito fino a un surreale silenzio. Mancava qualche passo e poi si sarebbe dovuta gettare nel buco oscuro. Ma non ne ebbe il coraggio, così un semplice gesto delle mani spense tutti i bracieri presenti. Con l’oscurità, strappò la spada dal fodero di un soldato e poi scappò via da quella grotta.
Dopo dieci giorni di fuga nel deserto, tra terra arida, sabbia, scorpioni velenosi, alberi secchi e salsola o rotolacampo, arrivò nel villaggio di Enbuja. Era un villaggio di tende e capanne coniche fatte da mattoni, fango e pietra calcarea costruite attorno ad un oasi di palme. Lì fu catturata da Keffe, uno stregone potente che ne intuì le potenzialità, e la rese sua schiava personale.
Durante il loro lungo viaggio per il grande deserto Ŧuaŧhar apprese tutte le arti magiche tradizionali dei Madis, finché un giorno, giunti al villaggio di El Milehk, alle foci di EnKyh sul grande Mare, usò il potere della magia di Keffe per ucciderlo e scappare di nuovo via.
 Ŧuaŧhar non voleva piagarsi alla volontà del suo destino. Non voleva fare la schiava, non voleva essere sacrificata nel nome degli spiriti. Voleva soltanto usare la magia a suo piacimento. Del resto, c'era qualcosa di rassicurante nell'avere il destino già segnato: fare tutto l’opposto di quello che le era stato predestinato, nessuna scelta da fare, nessuna preoccupazione per il futuro.


Quando arrivò nei boschi nei pressi di Castleshlie, annusò l’aria. L’odore di erba fresca la disgustava, ma si avviò comunque in città per cercare un lavoro sicuro e ben pagato, persino prestigioso. Tuttavia l’accoglienza non fu delle migliori, venne cacciata da quasi tutte le locande e le botteghe, la sua arroganza era pari alla sua forza magica.
Non avendo un tetto sotto cui dormire, vagabondò per un po’ nelle vie della città, finché non fu accolta da una famiglia che lavorava come servitù all’interno del Castello.
La coppia di anziani la trattò come una vera figlia e con tanti sacrifici riuscirono a farla entrare tra apprendisti dei Maghi Reali dando libero sfogo alla sua magia. E dopo anni di duri allenamenti divenne talmente brava che il re Duhr la nominò Sacerdotessa Reale.
Ŧuaŧhar con il suo potere ammaliante aveva conquistato le menti di molti cavalieri trasformandoli in suoi servi. Alcuni di loro avevano diviso il letto con lei per molto tempo, altri per metà notte. Le piaceva vedere tutti quegli uomini sottomettersi a lei. Le piaceva avere quella sensazione di dominio su di loro. Le piaceva essere la padrona e non più la schiava. Così facendo aveva costruito un suo esercito privato, pronto a ribellarsi al re.
Il giorno stava per finire e il sole stava calando nel grande mare mentre Ŧuaŧhar saliva le scale, ebbra e sorridente, per andare nella camera a letto. Durante la cena con tutti i maghi reali aveva bevuto troppo e non si accorse che qualcuno la stava seguendo.
«Esci, vattene» gli disse.
«Mia padrona voglio stare con lei questa notte».
«Vattene pezzente, passa domani».
«No! Adesso è il mio torno, tocca a me!» disse mentre cercava di baciarla.
Ŧuaŧhar gli diede un ceffone di rovescio e lo respinse contro il muro. «Guai a te se mi tocchi».
«Cosa mi fai? Non ti sembra strano che sbavo per te e ti chiedo di implorarti?» poi l’uomo estrasse due pugnali e li punto dritto alla gola della sacerdotessa.
«Spogliati, demone»
«Ora ti uccido, bastardo!»
«Non credo che ci riuscirai, ma prima voglio…» e con un rapido fendente le tagliò la parte davanti del vestito. Ŧuaŧhar si voltò e da sotto al cuscino prese un piccolo pugnale, ma l’uomo fu più veloce che le afferrò il gomito e la spinse. La prese a schiaffi fino a farle cadere l'arma dalle dita. Le saltò addosso, la baciò con violenza e le strappò via quello che le rimaneva dei vestiti.
«Prova a toccarmi, cane bastardo». Strillò, mentre tentava dei pugni nell’inguine.
«Donna, non voglio il tuo corpo. Voglio la tua morte!» esclamò l’uomo mentre alzava le braccia e impugnava il coltello d’oro.
Solo allora, Ŧuaŧhar capì che quell’uomo era una spia del re e non uno dei suoi soldati che tentava di violentarla. Quella situazione la fece diventare ancora più cattiva. Con uno schiocco di dita lanciò l'uomo contro il soffitto e poi contro una parete. Appena si alzò dal letto si avvicinò a lui, lo prese per la gola e gli sussurrò all’orecchio. «Sei un maledetto, mi stavo eccitando» e gli sputò. «Peggio per te, era meglio stare tra le mie gambe che morire di una morte orrenda per il tuo re».
«Meglio una morte da eroe che da burattino di una strega» gli disse.
«Maledetto!» gli urlò ancora.  Poi pronunciò una formula in lingua Madis e subito dopo, dalle sue dita uscirono dei raggi di luce viola che colpirono il corpo del cavaliere facendolo esplodere.
Il sangue si era sparso su tutte le pareti, anche sulla sua faccia e suoi seni. Lo leccò e li ripulì con piacere, poi si rivestì, prese il coltello d’oro e andò incontro a Duhr per ucciderlo con le sue mani. Era una furia. Mentre passava nei corridoi faceva esplodere qualsiasi cosa gli capitasse davanti ai suoi occhi. Non appena arrivò nella stanza de re, i cavalieri la catturarono e la portarono nelle prigioni con l’aiuto degli altri maghi.

Il clangore della battaglia filtrava attraverso le spesse pareti di pietra e le urla si udivano fino nelle segrete del castello.
Forse, morire era davvero il suo destino, pensò mentre si guardava intorno terrorizzata, con gli occhi rivolti al soffitto.
«Devi fare presto, figlia mia» disse in un soffio. «Dobbiamo andare via da qui. Stanno venendo per uccidervi ma il vostro esercito sta combattendo per voi nel cortile principale».
Ŧuaŧhar rimase un istante interdetta. Non voleva credere ai suoi occhi. Era il padre adottivo che tanto l’aveva amata. L’unico che l’aveva amata senza incantesimi, era lì per salvarla. Tutti i suoi dubbi scomparvero, anche se il cuore le batteva forte nel petto: i rumori dei passi concitati, lo strepito di picche e lo stridere delle spade si facevano sempre più vicini. I suoi soldati stavano morendo per lei, per salvarla.
Con l’aiuto del padre, Ŧuaŧhar finì di tracciare un complesso amuleto dalle sette punte. S’inginocchiò al centro di esso, chiuse gli occhi e mormorò a bassa voce, quasi nella sua mente, la formula magica. «Oloth zhah tuth abbil lueth ogglin», poi attese in silenzio.  
I rumori erano davvero vicinissimi. Ormai la battaglia si stava svolgendo nelle prigioni a pochi passi da lei. I suoi soldati stavano morendo nel tentativo di salvarla. E proprio quando i soldati del re erano nel corridoio parallelo al suo, una luce folgorante uscì dai sette punti del disegno, illuminando a giorno la cella. Ogni rumore di battaglia scomparve. Ora c’era solo lei, il buio e i sette fantasmi. Si mostrarono a lei uno alla volta.
«Come hai osato chiamarci, umana!» urlò il fantasma davanti a lei.
«Jânn, sono io Kiwâh. Non mi riconosci?»
«Kiwâh tlu malla! jal ultrinnan zhah xundus» rispose Jânn inchinandosi.
Non appena arrivarono i soldati di Duhr nella cella, tutto era sparito, compreso la sacerdotessa Ŧuaŧhar.

«Padre, perché mi racconti questa storia?» chiese Ŷesĩm.
«Se vedi Danyĕħl, digli tutto. Un giorno mi disse di non aver ucciso Momo, ora rimpiange di non averlo fatto, perché il suo maestro è stato rapito».
«Non sto capendo padre, cosa centra con il tuo viaggio a Dænthör».
«Anche la mia famiglia porta il peso di questo destino. Se il padre di mio padre avesse ucciso quella sacerdotessa, forse non dovrei partire in battaglia contro i demoni».
«Padre…» disse abbracciandolo.

«… figlia. Scendiamo in cortile il mio cavallo è pronto».

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